Robot umanoidi: mio fratello è un geminoide

Per studiare meglio l’interazione uomo-robot, Hiroshi Ishiguro ha creato un clone di se stesso, aprendo nuovi spazi di ricerca

Hiroshi Ishiguro è un signore dall’aria seria, ricercatore del Dipartimento di Sistemi macchina adattativi e dei Laboratori di Robotica intelligente e comunicazioni dell’Università di Osaka. È l’inventore di una nuova categoria di robot umanoidi, i “geminoidi”, che lui stesso descrive come “androidi tele-operati di una persona esistente. Il suo geminoide non solo gli assomiglia come una goccia d’acqua, ma è anche mosso da 42 attuatori pneumatici, inseriti nella parte superiore del torso, che simulano alla perfezione anche una serie di movimenti volontari e involontari, compresa la respirazione.

Hiroshi Ishiguro insieme al suo geminoide

A cosa serve?

Il geminoide nasce, nell’idea di Ishiguro, da una constatazione fatta nei suoi studi sull’interazione uomo-bot. «Per questi studi – spiega – finora abbiamo usato robot non-androidi, con un aspetto che influenza sensibilmente le valutazioni finali del ricercatore». Aspetto e comportamenti sono connessi tra loro, suggerisce Ishiguro, e se il primo non è “credibile” anche i secondi sono percepiti in una maniera non corretta.
Questo limite della ricerca si supera, a suo parere, creando androidi identici a persone esistenti, capaci di sviluppare anche la stessa mimica facciale. L’invenzione riguarda in particolare gli aspetti di scienze cognitive che entrano nello sviluppo di un robot umanoide. Insomma, dice Ishiguro, l’uomo tenta di produrre macchine che replichino anche il suo modo di muoversi e percepire l’ambiente, interagire con le persone, svolgere azioni e funzioni che richiedono un processo mentale. Non basta però che gli esperti di scienze cognitive studino questi processi mentali e gli ingegneri li traducano in software da implementare sulle macchine: le macchine devono anche essere identiche nell’aspetto all’uomo.
Quali sono i limiti in un rapporto tra uomo e robot non-androide? «Per esempio l’interazione lunga attraverso la conversazione – dice Ishiguro – che le tecnologie robotiche attuali rendono ancora un simulacro molto lontano dalla verosimiglianza. Se però il nostro androide è comandato a distanza da un operatore, che gli dà la parola mentre interagisce con persone vere, il problema si supera».
Il primo prototipo di geminoide, a immagine e somiglianza di Hiroshi Ishiguro, è il primo esperimento di questo tipo e ha già evidenziato alcuni aspetti interessanti: per esempio, pur replicando perfettamente i suoi movimenti e atteggiamenti Ishiguro non percepisce il suo geminoide come uno specchio di se stesso, non vi si riconosce completamente. Questo succede perché, a suo giudizio, la nostra percezione di noi stessi è differente dalla realtà oggettiva.

Il video del robot umanoide geminoide

 

 

Capire noi stessi

Non solo: Ishiguro ha notato che, mentre manovra il geminoide a distanza, tende ad adattare i propri movimenti a quelli della macchina. Inoltre le persone si abituano rapidamente a conversare con il geminoide: dopo cinque minuti di orientamento, tutto assume un aspetto di normalità. Addirittura Ishiguro sperimenta una sorta di effetto di “transfer”: quando la gente tocca il suo geminoide lui stesso ha come la percezione di essere toccato.
Queste osservazioni lo hanno spinto a porsi altre domande e in particolare, dice Ishiguro, «quale sia la differenza tra la mia esistenza percepita da me stesso e la mia esistenza percepita dagli altri. Il tutto si riconduce a una domanda ancora più semplice: la mia coscienza e il mio corpo sono separati o sono una cosa sola?»
Come dire che, grazie ai geminoidi, possiamo esplorare campi di indagine per capire meglio gli umani.
Chi volesse approfondire i temi legati alla ricerca sui geminoidi può esplorare il sito www.irc.atr.jp/Geminoid o contattare Hiroshi Ishiguro alla mail irc-contact@atr.jp

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