Lo strano caso del robot poliziotto annegato

Un robot K5 addetto alla sicurezza di un complesso di Washington è finito in piscina. Al sarcasmo iniziale dei commenti, si è aggiunta presto la compassione per la “tragica fine” di una macchina costretta a un lavoro noioso. Segno che forse qualcosa sta cambiando nella nostra percezione dei robot

Una tragica fatalità o un suicidio? Oppure, perché no, visto che la vicenda ha assunto curiosamente e ironicamente le fattezze del giallo, un omicidio? Ci riferiamo a quanto accaduto alcuni giorni fa a un robot addetto alla sicurezza finito, non si capisce come e perché, nella piccola piscina di un complesso di Washington dove prestava servizio. Il robot in questione è un K5, sviluppato dall’azienda californiana Knightscope, con sede nella Silicon Valley, “assunto” da una società di consulenza e comunicazioni della capitale degli Stati Uniti con compiti di vigilanza e controllo. Lavoro che il robot svolge in modo autonomo, aggirandosi nell’ambiente alla ricerca di possibili pericoli. Be’, possiamo aggiungere, almeno uno dei potenziali pericoli deve essere sfuggito al suo attento sguardo… Steve, questo il nome datogli dai suoi colleghi, infatti, durante una delle sue ricognizioni, è finito in acqua, subendo seri danni ai circuiti.

Uno spiacevole indicente

Un normale, per quanto spiacevole, incidente, nel quale possono imbattersi anche i migliori, come si dice, ma che tuttavia continua a suscitare curiosità. Soprattutto, considerando che il robot, alto 1,5 metri dal peso di 135 chilogrammi e dalla forma di missile, è il prodotto di punta di Knightscope, dotato di sensori e camere che gli consentono di muoversi a piacimento e di eseguire con efficienza il suo lavoro, leggendo e memorizzando targhe, ascoltando e registrando dialoghi, fotografando volti e corpi e trasmettendo le informazioni che ritiene utili per la sicurezza di persone e beni alla polizia.

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Del resto, la tecnologia per quanto avanzata non può essere sempre infallibile. Basta ricordare quanto avvenuto lo scorso anno, quando un robot dello stesso tipo aveva investito un bambino di 16 mesi, fortunatamente senza procuragli niente di grave, proseguendo poi nel suo percorso come se nulla fosse accaduto. Problemi e difetti che possono emergere solo sottoponendo le macchine alla prova del campo e che offrono ai ricercatori la possibilità di migliorare ulteriormente le loro creature e rendere disponibili robot sempre migliori e affidabili.

Dal sarcasmo all’empatia

Detto questo, l’altro punto interessante della vicenda sono le reazioni che ha scatenato sul web e sui social con commenti, tutti declinati in chiave ironica, sull’accaduto, che però dicono molto di come la figura del robot venga percepita e di come questa percezione cominci a cambiare.

La maggioranza di commenti infatti è stata di natura sarcastica come, solo per fare qualche esempio, quelli postati su Twitter da due dipendenti della stessa compagnia dove Steve lavorava: «Ci avevano promesso auto volanti, invece abbiamo avuto robot suicidi» e «Gli scalini sono la nostra miglior difesa contro la Roboapocalisse». Commenti che testimoniano di una radicata paura verso le macchine, intese come minaccia sia per la nostra sicurezza fisica, sia per il nostro destino lavorativo, con il timore di finire un giorno per essere sostituiti da loro.

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Accanto a questi, però, ce ne sono altrettanti che hanno tirato in ballo il discorso del suicidio, collegandolo alla noiosità del lavoro che Steve era costretto a svolgere. Pensieri che, come commentato da Tullio Avoledo sul Corriere della Sera, «testimoniano l’empatia di tanti impiegati in carne ed ossa verso un loro fratello meccanico affittato alle aziende per compiti così noiosi da essere ritenuti inadatti a un essere umano». Insomma, segnali di una nuova era, che dicono che forse «abbiamo ormai metabolizzato l’introduzione di lavoratori meccanici, fino al punto da considerarli simili a noi». Un bel passo avanti, per il quale Steve ha immolato la propria vita.

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