DARPA lancia il progetto MUSICA per robot jazzisti

Il raffinato genere musicale visto dall'agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti come base armonica per migliorare le interazioni tra uomini e macchine

ll motivo per il quale DARPA, l‘agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuove tecnologie in campo militare, sta finanziando la realizzazione di un robot in grado di suonare il  jazz non investe alcun aspetto ludico. L’idea di base è invece quella di abituare i due mondi a confronti (androidi e umani) a interagire su basi sempre più comuni, per un futuro che sia sempre meno “bellico” – visto il crescente utilizzo di strutture robotiche anche nei conflitti in atto – e sempre più armonioso… come un brano jazz.

Il progetto è denominato MUSICA (Musical Improvising Collaborative Agent) ed è stato ideato e realizzato da due docenti universitari americani: Kelland Thomas (Arizona) e Ben Grosser (Illinois).

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I due docenti hanno strutturato un database degli assoli dei più grandi jazzisti della storia (per diversi strumenti) e hanno elaborato un programma in grado di analizzarli per evindenziare le peculiarità stilistiche di ciascun musicista.

Jazz come input immediato per reazioni istintive

Il nostro obiettivo – ha affermato Grosser – è quello di configurare per la metà del prossimo anno un meccanismo robotico capace di interpretare varie partiture suonate e replicarle in tempo reale”.

Grosse, che nel tempo libero si diletta come trombettista jazz, studia da anni le interazioni tra l’uomo e i sistemi robotici, e ha appurato che c’è in corso un progressivo cambiamento in rapporto all’evoluzione di questi ultimi. “Le opportunità offerte da programmi come Siri o Google Now, come interfaccia virtuali per interagire, sono ancora poco sfruttate”. – prosegue Grosse – “Il jazz può essere una alternativa forse perfino più efficace: è un genere in cui la sonorità vengono percepite in modo immediato e che comportano reazioni molto istintive”.

L’obiettivo della nostra ricerca – chiosa Grosser – è in definitiva quello di sperimentare come le persone possano mettere in atto processi comunicativi senza l’utilizzo del linguaggio tradizionale; un approccio applicabile anche nelle interazioni tra robot e uomini”.

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